La "scuoletta speciale" attraverso gli occhi intensi di Marisa (Marzo-Agosto 2013)

Ottobre 2013

È passato più di un mese dal mio ritorno e continuo a posticipare l’invio di questa mia semplice testimonianza relativa ai sei mesi di permanenza alla Nyumba-ali perché mi sembra sempre poco rappresentativa dell’intensità dei vissuti, ma a questo punto devo comunque farlo.

Inizio quindi dalla fine, da una breve conversazione telefonica con un’amica mentre mi trovavo ancora all’aeroporto di Roma. “Bentornata”, mi dice, “ma non so se sono così contenta che tu stia tornando”. Dopo quella frase che non è proprio quella che ci si aspetta di sentire da una cara amica che non si vede da tanto tempo, la conversazione continua “perché ho capito che là stavi bene”. È vero, in questo periodo sono stata bene, pur non facendo cose eccezionali.

Riflettendo ancora una volta a che cosa fosse dovuto questo stato di benessere, risulta facile e quasi banale dire “alla Nyumba-ali”, la casa che è fatta di Bruna e Lucio, il cuore e la macchina organizzativa del tutto, ma anche di Mage “rafiki yangu” che ogni qualvolta si entrava in casa imbastiva una festa di accoglienza, di Age con le sue osservazioni acute, di Viki che non mi riempiva di baci bensì di simpatiche pernacchie. E non solo! È fatta anche di numerosi ospiti, amici, professionisti, turisti che trovano sempre un posto a tavola e tanto calore, persone con tanta o poca esperienza in terra africana, con l’entusiasmo dei giovanissimi o la saggezza di chi ha qualche anno in più, in ogni caso capaci di rendere la Nyumba-ali ancora più ricca, luogo di incontro e confronto.inclasse

Questa realtà così interessante e coinvolgente, che rende ragione dell’appagamento personale e relazionale si completa con la presenza del centro diurno Nyumba-ali. Sono stati questi bambini il fulcro della mia esperienza,  loro che mi hanno permesso di sperimentare un ruolo specifico anche a livello professionale.

Bruna mi aveva parlato di alcuni di loro, per i quali mi chiedeva una valutazione sulla base della quale individuare un possibile percorso educativo. Avendo carta bianca sulle modalità ed i tempi di intervento ho scelto di operare con i cinque  bambini (in seguito diventati sei) contemporaneamente in uno spazio definito, formando quella che chiameremmo una classe di una “scuoletta” speciale.

“Scuoletta” è il nome con cui l’abbiamo subito definita. “Etta” un diminutivo vezzeggiativo, una sola classe nel gazebo di legno immerso nel verde, costruito per la consumazione del pranzo dei bambini, ma a tutti gli effetti “scuola”, in quanto l’intervento sarebbe stato prevalentemente di tipo educativo didattico, “speciale” in quanto le modalità di approccio e la metodologia non sarebbero state certo quello della scuola classicamente intesa, e tanto meno quelle della scuola tanzaniana in cui prevale l’insegnamento frontale e la ripetizione mnemonica da parte degli studenti delle nozioni fornite.

La nostra è una scuola interattiva in cui l’esperienza concreta, il “fare”, gioca un ruolo determinante proprio in quanto rivolta per lo più a bambini con esiti di paralisi cerebrale infantile, con ritardo mentale, quindi con un pensiero legato al concreto.

Questo “per lo più” può lasciare un po’ perplessi, perplessa come ero io inizialmente quando non potevo contare su una diagnosi precisa, formulata da un neuropsichiatra, quando non ritrovavo le colleghe fisioterapiste o logopediste con cui confrontarmi.

È in quel momento che ho sentito la mancanza di un’équipe di riferimento, ma è nello stesso momento che ho ripensato alle parole contenute in quello che è considerato il testamento spirituale di Vittorina Gementi, fondatrice della Casa del Sole, la scuola in cui lavoro da più di vent’anni: “ognuno faccia ciò che può, oggi, subito e nel luogo ove si trova, senza criticare, senza lamentarsi … scegliendo sempre gli ultimi”. L’importante è fare tutto il possibile e certo non ci si può tirare indietro e non progettare per le mancanze rilevate, anzi queste possono costituire lo stimolo per tirar fuori il meglio di noi e per mettere in campo le competenze acquisite. Ho ricordato gli insegnamenti di chi ci ha guidato in tanti anni di lavoro: abbiamo di fronte un bambino di cui occorre vedere non solo e non tanto l’aspetto deficitario bensì il suo Essere Persona, il suo vissuto esistenziale, e questa è la base da cui partire.

Sono stata aiutata in questo dalla carica emozionale di questi bambini, dalla profondità dei loro sguardi, dall’entusiasmo e dal loro orgoglio per poter frequentare una scuola. Il 18 marzo abbiamo iniziato!

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Il primo giorno di scuola ogni bambino ha scelto il colore che preferiva per colorare la letterina iniziale del proprio nome. Con i colori a dita e con le tempere ognuno ha riempito le proprie letterine. A chi non piace sentirsi chiamare per nome? A chi non piace lasciare una propria traccia?

A tutti loro è piaciuto moltissimo, tanto più che non era un semplice gioco ed esercizio di coordinazione oculo-manuale ma ogni lettera serviva per indicare il loro posto! Ognuno, infatti, ha attaccato un proprio foglietto sulla sedia e uno sulla parete, sopra la panca. Quest’ultimo sarebbe servito per definire dove ognuno, al mattino, avrebbe trovato la propria divisa e riposto i vestiti. Sì, una divisa, come tutti gli scolari tanzaniani, costituita da una comoda tuta grigia e una bella camicia bianca.

Quanti sorrisi quando l’hanno ricevuta! ... anche questo era un segno forte di appartenenza ad una particolare entità, la scuola, fatta non tanto da edifici e strutture, ma da una piccola comunità di persone che nel gazebo, fra piante di papaya e limoni, hanno trovato le condizioni e le risorse per procedere in un cammino formativo fatto di cose semplici ma autentiche, congrue alla loro realtà.

Via via sono andati a strutturarsi spazi e tempi. Nella nostra aula abbiamo trovato uno spazio per tutto:

la panca per riporre i vestiti ben piegati sotto l’iniziale che ogni bambino ha imparato a riconoscere benissimo, l’angolo con lo specchio, il catino, l’asciugamano per la cura e la percezione del corpo, l’armadio donato da Mirella per il materiale didattico, una parete per il calendario settimanale e giornaliero. Così come è importante l’ordine dello spazio per favorire l’ordine del pensiero e l’autonomia, così lo è l’ordine temporale. Alcune attività fisse che si ripetevano quotidianamente scandivano la giornata e aiutavano i bambini a orientarsi in questa fascia temporale. Alcuni bambini sono riusciti a ricostruire in autonomia l’ordine dell’intera giornata, mettendo in corretta successione i simboli Pcs relativi ad ogni azione. Altri mettevano solo la sequenza iniziale, aggiungendo i simboli mancanti man mano che le azioni venivano svolte.
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Ogni giorno della settimana è rappresentato invece da una striscia colorata su cui ogni mattina i bambini mettevano la loro foto per segnare la presenza, un cartellino rappresentante il tempo atmosferico e uno rappresentante l’attività caratteristica di ogni giorno. Era questo uno dei momenti più vivaci e attesi della giornata: le mani appena lavate e spalmate di “mafuta”(crema) iniziavano ad alzarsi accompagnate da tanti “mimi” (io). Erano tutti pronti ad andare ad appendere foto e immagini sul giorno della settimana. Direi proprio tutti, non solo chi riusciva a deambulare autonomamente ma anche gli altri che sostenuti dall’adulto raggiungevano felici il calendario per svolgere il loro compito. Certo qualcuno era più composto e discreto, altri più chiassosi; con il passaggio di Priva si poteva essere quasi certi che qualcosa finiva per terra. La motivazione era così alta che ogni fatica veniva superata, il movimento non era indotto da richieste di esercizi sterili, ma finalizzato a raggiungere uno scopo chiaro per tutti loro.

Dopo la compilazione del calendario si procedeva con l’attività specifica del giorno. Quella del lunedì era relativa alla stimolazione senso-percettiva, all’organizzazione e strutturazione spazio-temporale dei dati visivi e uditivi, all’introduzione dei prerequisiti del concetto di numero. Il martedì era dedicato ai percorsi psicomotori associati alla musica e denominati con alcune sillabe, ad essi riuscivano a partecipare sia i bambini in cui prevaleva la fase senso-motoria ed il piacere del gioco corporeo, sia chi stava avviando il processo di passaggio dal vissuto al simbolo. Il mercoledì si lavorava sul quaderno. Eravamo a scuola, non poteva mancare il quadernino per il riconoscimento e la scrittura delle letterine significative, dei nomi dei percorsi psicomotori, ma utilizzavamo anche lettere smerigliate, letterine mobili, ecc.

Giovedì era il giorno dell’attività di manipolazione: si lavorava con le mani. Abbiamo usato la plastilina, i colori a dita. Abbiamo preparato una torta e dei biscotti. Il nostro cavallo di battaglia è stato però la carta pesta e la carta mano. È piaciuta a tutti! Tantissimo! Peter e Pio sanno riordinare in sequenza i disegni di tutte le fasi di lavorazione!

Il venerdì utilizzavamo il computer per guardare le foto di alcune esperienze fatte durante la settimana, le analizzavamo, cercavamo di rielaborarle ed esprimerle con i vari linguaggi: gestuale, iconografico, verbale, oppure svolgevamo un’attività specifica per l’organizzazione spazio-temporale.

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È solo una sintesi delle attività che hanno animato le nostre giornate e che tuttora vengono portate avanti dalla dada Tuma, promossa al ruolo di ‘Mwalimu’ (maestra) dopo alcuni mesi di lavoro in compresenza.

Certo sono state fatte molte cose, i manufatti in carta pesta hanno riscosso un grande successo tanto che tutte le dade hanno voluto imparare quanto i loro bambini sapevano già fare.

Non sono però le singole proposte che rendono la scuola così vitale, forse neanche i singoli bambini. È la dinamica relazionale che si instaura gradualmente fra educatori e bambini e fra bambini stessi, sono le esperienze finalizzate a rispondere ai loro bisogni e desideri a rendere significativo
e costruttivo l’agire dei singoli e a far sì che un ambiente diventi ambiente educativo.

Evodia, dopo il primo periodo in cui appariva seria, quasi spaventata, in cui spesso si addormentava ed emetteva smorfie di dolore ogni qualvolta venivano toccate le gambine, è diventata sorridente e chiacchierona. Riesce a stare seduta bene sulla seggiolina, ha voglia di giocare, “mimi mtoto mzuri”  (sono una brava bambina) è la frase che ripeteva spesso negli ultimi mesi.

Priva faceva fatica a stare fermo, a concentrarsi su un compito ma ad ogni visitatore che arrivava mostrava tutto con orgoglio. Sembrava il capo-classe! Un giorno è arrivato con lo zainetto sulle spalle! Ora sono aumentati i suoi tempi di attesa. Sa rispettare i turni. Sa cambiarsi gli abiti da solo. Pronuncia qualche sillaba in modo significativo.

Peter non parla ma comunica tantissimo, non cammina ma balla! Appena sente la musica muove ritmicamente il suo corpo seduto, sprigionando una bella energia. In classe era molto diligente, chiedeva sempre di partecipare, osservava attentamente tutto quanto accadeva e rideva quando gli altri sbagliavano. È un ragazzino felice.

marisaesalessiaLa nostra Salesia sempre così obbediente e diligente a scuola osava far
si notare, anche con piccole provocazioni. Nascondeva ad esempio la sua foto nel taschino e rideva, ma poi era pronta a lavorare con zelo per svolgere tutte le mansioni pratiche, era in grado di fare la cartapesta anche se non riusciva con le parole a spiegare ogni passaggio.

Così Renata, sempre attenta agli amici in difficoltà e pronta ad aiutarli, si illuminava se veniva richiesta la sua collaborazione, se poteva fare un favore alle maestre. Le piaceva tanto infilare collane, fare i biscotti e anche rivedersi in foto. Ha imparato a scrivere il suo nome nonostante per lei risultassero difficili gli apprendimenti simbolici relativi alla letto-scrittura, “ni mgumu”(è difficile) come lei stessa diceva dopo averci messo tanto impegno.

Infine il nostro Pio allegro e vivace nei giochi con i compagni, altrettanto impegnato e attento in tutte le proposte didattiche. Non riesce a parlare spontaneamente ma ora, radunando tutte le sue forze, riesce ad emettere semplici suoni. Eravamo partiti dal “simama Ka” di una canzoncina ed è arrivato a pronunciare parecchi fonemi e sillabe. È stato emozionante sentirlo pronunciare “E VO DI A” (lentamente ed in modo un po’ impreciso) quando ho chiesto chi era assente. In classe abbiamo appeso le letterine iniziali di tutti i nostri nomi ed un giorno mentre io dicevo “tunanawa mikono” (laviamo le mani) egli ha insistentemente guardato la M e le mani, “la M di mikono” ho finalmente detto io e lui era felicissimo. Ha imparato a leggere le vocali, a cercarle curiosamente sulle scritte delle magliette. I nomi dei percorsi psicomotori, come “GA” e “RI” sono stati riconosciuti e composti con le letterine mobili ed utilizzati per scrivere una delle sue prime parole spontanee “GARI” (auto).

Quante soddisfazioni in un tempo così breve.

Certo non sono mancate difficoltà, dubbi, soprattutto nel constatare quanto le modalità relative alla cura della persona adottate dalle dade fossero diverse, distanti dalle nostre. Proprio sui bisogni relativi alla corporeità che prima consideravo quelli più universali, sui quali poter trovare più facilmente un punto di incontro, ho vissuto una situazione di maggior conflittualità interiore. Come riuscire ad intervenire su usi consolidati, legati alle loro reali condizioni di vita? Era giusto farlo? Alcuni aspetti legati alla postura, all’alimentazione, all’igiene personale attraverso la condivisione quotidiana ed alcuni momenti formativi sono stati rivisti, ripensati, riproposti dalle dade con modi nuovi, modi che non sono i miei, non erano quelli originali, ma il frutto di una reciproca interazione.

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Non sono certo stati questi piccoli nodi problematici a lasciare in me un segno forte, piuttosto la dinamicità e la gioia che animavano alcuni loro giochi di gruppo pomeridiani, l’assenza da parte delle dade di qualsiasi espressione di stanchezza, di lamentela, tanto diffuse da noi.

E ora sapere che questa piccola Scuoletta sta continuando a funzionare rende ancora più significativi i sei mesi precedenti. Per me è stata un’esperienza di conferma del valore dell’approccio pedagogico globale alla persona disabile, della sua validità al di là degli strumenti specifici a disposizione, strumenti e tecniche che sempre vanno adattati al contesto in cui ci si trova. Mi piace pensare di aver lasciato una piccola testimonianza di come ogni bambino possa essere valorizzato per come è, per le sue capacità di relazionarsi, di provare emozioni, di vivere il suo corpo, di interagire con la realtà circostante, di come ogni bambino, se adeguatamente stimolato, può sviluppare le sue potenzialità pur diverse da quelle che noi consideriamo “normali”.

In questa ottica l’intervento educativo assume un valore pregnante per ogni bambino, sia per chi imparerà a leggere e scrivere sia per chi maturerà altre competenze, diverse ma non meno significative. L’importante sarà fare il possibile affinché tutte le potenzialità, specifiche, individuali, vengano sviluppate in un processo di integrazione armonico che permetta ad ogni bambino di sentirsi Persona viva, pienamente realizzata.

Grazie a Salesia, Evodia, Renata, Peter, Priva e Pio, a tutti i bimbi e alle dade del Centro, con loro sono cresciuta anch’io, con loro anch’io ho aggiunto una parte importante al mio processo di formazione, con loro, come aveva notato la mia amica, “sono stata bene”!

Marisa

 

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- La gara di soffio -