Iringa e la Nyumba attraverso gli occhi di Silvia

10 Settembre

Le Donne Di Iringa

thumbnail Senza titolo3E’ difficile vedere una giovane donna senza un bambino sulla schiena. Le donne lavorano col bambino sulla schiena, sanno come portarlo, lo fanno da quando avevano pochi anni, un fratellino o una sorellina da portare c’è sempre. La schiena è bella eretta, le donne imparano presto a portare pesi: acqua, sacchi di riso, caschi di banane. Non è difficile incontrare le studentesse in divisa che portano sulla testa secchi di acqua a scuola. Le donne durante il lavoro dondolano il loro corpo per cullare il bambino, ma agiscono con una scioltezza come se quei 4,6,8 kili sulla schiena non ci fossero. Quando è il momento dell’allattamento, con un gesto rapido e preciso fanno scivolare il bambino davanti, mantenendolo sempre all’interno del grande rettangolo di tessuto multitasking. In Tanzania si chiama khanga e si utilizza come gonna, come “marsupio” per i bambini, come “coprimarsupio”, come foulard per coprire la testa. Le khanga in Tanzania costano pochissimo, hanno dei colori stupendi (se chiudo gli occhi e penso alla Tanzania, la prima cosa che vedo sono i colori dei vestiti delle donne), sono lunghe 1mx1.50m   e alla base è stampato un proverbio della tradizione tanzaniana. Non mi stanco di guardare le donne portare il loro bambino, poi rido, non appena il pensiero torna in Italia, con la “scoperta” della fascia e le lezioni impartite alle mamme trentenni per imparare ad usarla. Qui a otto anni (purtroppo l’età è quella), una bambina sa come piegare la schiena, metterci sopra il fratellino e avvolgerlo nella khanga. Quante cose dobbiamo insegnarci a vicenda?

La donna lavora e alleva i figli, ma lavorano anche i padri: lo squilibrio di genere c’è, ma non così pesante come in altre parti del mondo. Come si legge nell’articolo pubblicato da un giornale locale pochi giorni fa, la Tanzania è avanti in questo ambito, ma c’è ancora molto da fare. Ogni donna in media ha 5 figli, ciononostante il presidente della Tanzania le ha esortante a farne di più. Le donne vittime di abusi e violenze che rimangono incinte, vengono espulse dal villaggio e rinnegate dalla famiglia. La percentuale di persone affette da HIV è maggiore per le donne che per gli uomini. Tuttavia, le donne gravide riescono ad accedere alle cure che permettono di far nascere bambini non infettati dal virus. Diverso è per l’assistenza al parto, ancora moto scarsa, per cui la probabilità di gravi problemi per il nascituro è alta. Kwa heri (arrivderci) sorridenti donne della Tanzania, grazie per quello che mi avete dato, un grazie speciale a Regina che mi ha insegnato a fare il riso pilau.

Storie Di Bambini

Nei giorni in cui ero a Iringa, è arrivata alla Nyumba una nonna con suo nipote, tetraspastico, e un suo giovane zio. Hanno visto alla TV la storia di Zawadi, hanno capito che il nostro centro accoglie bambini disabili e se possibile li fa studiare. La nonna abita a 500km da Iringa, è venuta fin qui a supplicare di accogliere Rodney, che è in grado di imparare, ma dove abita non ci sono possibilità. Osserviamo Rodney per due giorni: ha due occhi grandi e tristi, è spaurito, ma un poco alla volta accetta di giocare e di interagire con le dade. Trova il modo per costruire torri con i grandi mattoncini Lego, indica correttamente i colori, risponde a tono. Il centro è strapieno, ma come rispedire al mittente un bambino così? Già il secondo giorno gli occhi di Rodney sono meno spaventati, la bocca si allarga a un sorriso, dalla sua testa si vede spuntare un fumetto: “Voglio restare qui”. Complice del cambiamento anche l’accoglienza da parte di Maria, che riesce a controllare i piedi. Alla Nyumba ali hanno predisposto per lei un seggiolone alto, in modo che i suoi piedi possano muoversi sulla tavola. Alla scuoletta della Nyumba, Maria ha imparato l’alfabeto e scrive afferrando con il piede le lettere scritte sui cartoncini per comporre le parole. Guardate nel filmato la straordinaria alchimia della solidarietà: Maria, che a fine attività ha il compito di riporre in una scatola le tessere con i disegni, ha deciso di condividere il lavoro con Rodney. Lei che non può muovere le mani consegna le tessere a Rodney, il quale, potendo muovere una sola mano, le inserisce nella scatola.

Rodney verrà al centro diurno della Nyumba ali. Lo zio abiterà con lui e lo accudirà in una casetta a Iringa.

 

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E Poi C’èpio, Con Le Sue Risate

IMG-20190813-WA0008Pio ha 12 anni, è affetto da tetraparesi spastica. Il suo corpo non gli obbedisce, ma la sua testa sì. Scrive utilizzando una tastiera speciale, con i tasti grandi e ben separati fra loro, in modo che il dito, faticosamente guidato fra uno spasmo e l’altro possa battere un singolo tasto. Questo sforzo a me pare immenso, ma non scalfisce invece Pio, che ad ogni errore (tasto sbagliato, lettera ripetuta più volte….) cancella e riprende finché la parola cercata viene scritta correttamente. Pio studia kiswhaili, matematica, inglese, storia e geografia. Quest’anno dovrebbe sostenere gli esami di quarta elementare: se il destino gli mandasse un volontario dall’Italia per qualche mese a supportare il suo percorso forse ce la potrebbe fare. Pio quasi non parla, si capisce ben poco di quello che prova ad esprimere, ma impara in fretta, ha tanta voglia di conoscere, ride di gusto quando scopre qualcosa di nuovo, è spiritoso. “I am a dog” ha scritto sul computer l’altro giorno per scherzare, e giù risate. E poi è commovente: qualche giorno fa, durate la nostra quotidiana “lezione” di inglese, un gruppetto di ragazzi portoghesi ha fatto visita al centro. Dopo aver pazientemente mostrato cosa fa e come riesce a scrivere al computer, di sua iniziativa si è messo a battere sulla tastiera: “Welcome in Tanzania”. Trascorrendo con lui qualche mattina, ho saputo che non sa cos’è un oceano, ma ha visto il Kilimangiaro, che il suo cibo preferito è riso e fagioli, che fa colazione con il riso e che abbiamo una cosa in comune: compiamo gli anni quando fa freddo: io in gennaio e lui in giugno.
Ogni mattina, Pio viene portato sulle spalle dal fratello all’appuntamento con il pullmino della Nyumba ali. I genitori non ci sono più, ma la sua nonna, grazie alla Nyumba, ha imparato a voler bene e a comunicare con questo nipote speciale.
La Nyumba ali (“La casa con le ali”) ha anche trovato il modo di far fare ippoterapia ai bambini in grado di affrontarla: Pio è uno di questi, quindi ogni venerdì viene accompagnato ad una passeggiata a cavallo. Fra le acacie africane, sul suo cavallo, anche lui può camminare guardando il mondo dall’alto.

Due Storie Belle


IMG 20190816 113830Mentre oggi il destino a breve termine dell'Italia dipende dal voto sulla geniale piattaforma Rousseau (chissà come lui si intristirebbe di vedere tale baggianata portare il suo nome) da parte di un misero capannello di italiani digitali, mentre a destra si continua ad indicare l'immigrato come capro espiatorio di qualunque male affligga la nostra terra, mentre a sinistra ci si continua a schifare dei compromessi invocando una purezza così pura da essere ridicola, mi piace pensare agli italiani che, silenziosamente, costruiscono un mondo migliore.


STORIA 1: Adolfina, cuoca sopraffina.
Siamo ancora a Iringa, città nel cuore della Tanzania. Andiamo a conoscere Suor Adolfina, di anni 88, piemontese. Da decenni a Iringa, accoglie ragazze orfane e a loro insegna un mestiere, quello di cuoca. Nell'arco di due anni, le ragazze studiano alcune materie di base (inglese, matematica, igiene..) e imparano a cucinare ricette italiane: tagliatelle, agnolotti, biscotti, composte, passata di pomodoro. Le ragazze impastano, farciscono, cuociono. Il cibo prodotto ( e che buono!!) viene venduto a chi passa dalla loro cucina. Finito il corso, le ragazze trovano subito lavoro: in case private, negli alberghi, nelle missioni. Impara un'arte e mettila da parte.


STORIA 2
E' noto che l'AIDS falcia vite, soprattutto in Africa, perché l'assistenza sanitaria è estremamente fragile. All'appello manca una generazione di genitori, che hanno lasciato figli orfani che oggi hanno dai 10 ai 30 anni. In alcune aree le cose sono migliorate, laddove vi sono ambulatori, medicine, opere di sensibilizzazione. Uno di questi ambulatori è stato allestito a Iringa dalla comunità di Sant'Egidio. Il personale locale (due medici, una farmacista, un magazziniere, due tecnici di laboratorio,3 segretarie) riesce ad assistere un'ottantina di persone al giorno. Gli ammalati vengono visitati, a loro vengono consegnate medicine e, quando necessario, cibo (nel magazzino ci sono sacchi di zucchero, riso, fagioli). Il tutto sotto la regia italiana.