La via della speranza

22 Aprile

Carissimi

in questi giorni di clausura provo invidia per quelli che riescono a scrivere parole profonde , a comporre poesie o canzoni sul corona virus, per quelli che si sono scoperti fotografi, cuochi, sarti, giardinieri, inventori, io so solo aspettare che il tempo passi e impegno tutte le mie energie ad evitare di cadere nello sconforto.

In Tanzania la chiusura delle scuole è stata prolungata a tempo indeterminato ed è difficile essere ottimisti sul futuro dei nostri centri, la consapevolezza di cosa può accadere ai nostri bambini accompagna tutta la mia giornata. Se la chiusura dei centri durerà per alcuni mesi i bambini nelle condizioni familiari a rischio torneranno nell'oblio e nell'abbandono; in tempi normali nessuno si occupava di loro, in epoca di pandemia saranno i primi ad essere abbandonati al loro destino.

Alcuni giorni fa Adam mi ha scritto che Peter, dopo circa venti giorni a casa dalla nonna, mostrava già evidenti segni di malnutrizione. Peter è il primo che abbiamo accolto, è cresciuto con la Nyumba Ali, è stato sfiorato dalla morte più di una volta e il suo sorriso è sempre stato per noi una spinta ad andare avanti, bisognava trovare al più presto una soluzione non a breve termine.

La casa di Ngome in cui viveva è stata parzialmente vuotata e tutti gli ospiti sono stati portati a casa, tranne Alafat che è rimasto nella casa con dada Sara. Alafat è un bambino disabile che nessuno vuole, l’associazione Neema Crafts ci ha chiesto tempo fa di ospitarlo provvedendo anche al suo mantenimento, non si sapeva dove mandarlo per cui dada Sara ha deciso di restare a Ngome con lui. Grazie agli “ambasciatori” Adam e Paola che hanno contattato Sara, la situazione di Peter si è risolta: tornerà a vivere a Ngome assieme ad Alafat e alla dada Sara.

Il problema di Peter non è stato l’unico da affrontare in questi giorni, grazie all’informatica il consiglio direttivo della Nyumba ha potuto prendere decisioni importanti sul futuro dei centri in Tanzania. La prima decisione riguarda il personale: come comportarci in un paese che non ha ammortizzatori sociali? Abbiamo deciso che la nostra associazione darà a tutto il personale una sorta di cassa integrazione, per permettere alle donne, e ad Adam, non solo di poter vivere, ma anche di poter aspettare che i centri riaprano. Non si tratta di beneficenza, ma di buon senso: quando sarà possibile riaprire i centri dobbiamo poter contare sulla presenza del personale che è stato formato in tutti questi anni, sarebbe impossibile affrontare la riapertura con personale che non ha mai lavorato con bambini disabili, abbiamo bisogno della professionalità delle nostre dade. Nel periodo di chiusura le dade terranno i contatti telefonici con le famiglie dei bambini, sperando che tutto il lavoro di formazione delle famiglie non vada perso in poche settimane.

Se anche solo per un attimo mi viene il pensiero che tutto andrà a rotoli, mi assale l’angoscia accompagnata da un senso di impotenza che non ho mai provato, neppure nel periodo terribile della malattia di Lucio; ora non ci sono vie da percorrere se non quella della speranza.

Un abbraccio

Bruna