
Francesca che ha vissuto assieme a noi il matrimonio di Zawadi e Atupenda condivide le sue riflessioni
"And I could say Oo oo ooh
As if everybody here would know
What I was talking about
I mean everybody here would know exactly
What I was talking about
Talking about diamonds” cantava Paul Simon in una canzone degli anni ‘80.
È il pensiero che continua a ronzarmi in testa da sabato pomeriggio, dopo la girandola di emozioni della giornata. Perché ci sono momenti che sono come certe albe sul mare, quando la potenza del mondo è concentrata in un attimo di meraviglia bambina e vorresti che tutti fossero lì con te a vivere quel piccolo grande spettacolo per non doverlo imbruttire nel vano sforzo delle parole.
Potrei parlare del caleidoscopio di colori che ricopriva il piazzale davanti la chiesa, dei canti e dei balli che hanno accolto gli sposi in un abbraccio ancestrale. Oppure potrei raccontare dell’emozione silenziosa e composta davanti a un altare illuminato (non solo dalla luce che filtrava attraverso le finestre).
Potrei dire dell’unicità della platea - volti così diversi eppure così uguali - o del silenzio irreale che ci ha avvolto quando un piede è diventato mano per scambiarsi una promessa (lieve, è un gesto che si deve immaginare lieve).
E poi potrei dire dell’esplosione di gioia, dei battiti di mani, delle lingue che echeggiavano in un’unica onda di commozione e felicità.
Potrei parlare anche delle lacrime trattenute (perché qui si piange solo se si è tristi) e di altre che sono scese copiose (perché poi chi se ne frega se qui si piange solo se si è tristi).
Del resto se le emozioni avessero un unico colore non potremmo apprezzare tutti i significati che questa giornata ha portato con sé. Sarebbe solo il matrimonio di due giovani che si sono scelti come capita in tanti angoli del mondo. Invece siamo su un altopiano della Tanzania, dove la disabilità è ancora vissuta come una colpa, una vergogna e il valore di ogni esistenza è relativo.
Potrei descrivere tanti altri particolari e sensazioni. In realtà ognuno dei partecipanti potrebbe mettere a fuoco una sfumatura diversa di questa festa e tutti ci avrebbero visto giusto.
Oppure potrei raccontare solo di un ragazzo di nome Zawadi - che significa dono - e di una ragazza di nome Atupenda - colei che tutto ama. E di come la vita si muova lungo un labirinto di porte girevoli: si sa dove si entra, ma non su quale nuovo anfratto ci si affaccerà e chi si incontrerà a cambiare sorprendentemente la nostra storia.